
A scuola ce le facevano cercare.
Metafora, similitudine, anafora, ossimoro. Una volta trovate, magari bisognava anche sottolinearle e scrivere accanto il nome della figura retorica.
Poi abbiamo smesso di andare a scuola e abbiamo cominciato a leggere senza matita rossa e blu.
E a un certo punto mi è venuto un dubbio: ma le similitudini si usano ancora?
Non intendo dire che siano scomparse. Naturalmente no.
Mi chiedo piuttosto se abbiano ancora nella narrativa contemporanea lo spazio che hanno avuto per secoli. E soprattutto perché oggi, quando si parla di scrittura, sentiamo continuamente discutere di show, don’t tell, ritmo, punti di vista, dialoghi, avverbi, aggettivi, mentre raramente qualcuno suggerisce:
Qui ci starebbe bene una similitudine.
Eppure funzionavano piuttosto bene.
Dante ne usava parecchie
Paolo e Francesca vengono trascinati dalla passione e Dante li vede avvicinarsi:
«Quali colombe dal disio chiamate…»
Non dice semplicemente che i due si avvicinano.
Ci mette davanti due colombe attirate dal desiderio verso il loro nido. E improvvisamente il movimento ha una delicatezza, un’intenzione, quasi una temperatura emotiva.
In un altro momento Dante deve descrivere delle anime che procedono lentamente, quasi esitanti. E gli vengono in mente le pecore che escono una dopo l’altra dal recinto.
Non è necessario aver mai incontrato quelle anime.
Basta aver visto, o anche soltanto immaginato, un gregge.
La cosa curiosa è che Dante non sembra preoccuparsi molto di interrompere l’azione. A volte la similitudine si prende il suo spazio, si allarga, diventa quasi una piccola scena dentro la scena.
Oggi qualche editor probabilmente scriverebbe a margine:
Taglia?
E prima di Dante c’era già Omero
Nell’Iliade gli uomini che si radunano possono diventare sciami di api. Un’assemblea agitata può diventare un campo di grano scosso dal vento. Il rumore di una moltitudine può ricordare quello delle onde contro la riva.
Il meccanismo è sempre lo stesso.
C’è qualcosa che il lettore deve vedere, ma soprattutto sentire.
E allora lo scrittore prende un’immagine appartenente a un altro mondo e gliela mette accanto.
Non spiega l’emozione.
La confronta con qualcosa che conosciamo.
Anche Manzoni, naturalmente
A questo punto Manzoni non poteva mancare.
Renzo, coinvolto in qualcosa molto più grande di lui, è il famoso vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Poche parole e sappiamo già tutto.
Non soltanto che è debole rispetto agli altri. Sentiamo anche la precarietà della sua posizione. Un vaso di terracotta in mezzo a quelli di ferro non è semplicemente più fragile.
Rischia di rompersi.
Manzoni avrebbe potuto spiegarcelo.
Ha preferito farcelo immaginare.
Aspetta un momento.
Non era proprio questo che doveva fare lo show, don’t tell?
Forse abbiamo trovato un antenato dello show
Naturalmente sto forzando un po’ il confronto.
Una similitudine non è la stessa cosa dello show. È una figura retorica e funziona con meccanismi diversi.
Ma il risultato qualche volta è sorprendentemente vicino.
Posso scrivere:
Era spaventato.
Posso descrivere il battito accelerato, le mani che tremano, il respiro corto.
Oppure posso cercare un’immagine capace di trasferire quella paura al lettore.
In un caso nomino l’emozione.
Nel secondo ne mostro i sintomi.
Nel terzo provo a farla vedere attraverso qualcos’altro.
Tre strumenti diversi.
Perché dovremmo rinunciare a uno dei tre?
Forse il problema è proprio che si vede lo scrittore
Una similitudine ha però un difetto, almeno secondo una certa idea contemporanea della narrativa.
Si nota.
Dietro quella frase si avverte qualcuno che ha scelto proprio quell’immagine e non un’altra.
Le colombe non sono arrivate da sole.
Dante ce le ha messe.
E forse una parte della narrativa contemporanea preferisce che lo scrittore si faccia sentire il meno possibile. Una prosa trasparente, una telecamera invisibile, il lettore dentro la scena senza percepire troppo la presenza di chi la sta raccontando.
Se è così, la minore fortuna delle similitudini avrebbe una spiegazione.
Ma non sono sicuro che sia necessariamente un progresso.
C’è poi un rischio
Le similitudini possono essere bellissime.
E possono essere terribili.
Un’immagine già sentita cento volte non mostra più niente.
Freddo come il ghiaccio.
Bianco come la neve.
Forte come un leone.
Non abbiamo aggiunto un’immagine: abbiamo semplicemente sostituito una parola con un’espressione più lunga.
E poi c’è il pericolo opposto: la similitudine talmente originale che il lettore smette di seguire la storia e comincia a chiedersi che cosa volesse dire lo scrittore.
Forse è proprio qui che si gioca tutto.
Una buona similitudine non dovrebbe farci pensare:
Che bella similitudine.
Dovrebbe farci vedere qualcosa che un istante prima non vedevamo.
E oggi?
Forse continuiamo a usare le similitudini molto più di quanto pensiamo.
Nel linguaggio quotidiano diciamo che qualcuno è entrato come una furia, che una notizia è arrivata come una doccia fredda, che una persona è rimasta come pietrificata.
Il meccanismo non è morto affatto.
È possibile che sia semplicemente diventato meno prestigioso, meno evidente, o che la narrativa contemporanea preferisca altre forme per produrre immagini.
Ma dopo Dante, Omero, Manzoni e parecchi secoli di letteratura, prima di mandare definitivamente in pensione la similitudine aspetterei ancora un po’.
Anche perché rimane una domanda.
Se devo raccontare la paura di un personaggio, posso dire che ha paura. Posso descriverne il corpo. Posso mostrarne le azioni.
Oppure posso trovare un’immagine che faccia provare quella paura al lettore.
Siamo proprio sicuri che quest’ultima possibilità sia diventata vecchia?