Il laghetto che non era il laghetto

Quando ho scritto una delle scene di Metro B, ero convinta di inventarla.

O almeno, di inventarne quasi tutto.

Emma, la protagonista, ha appena passato qualche giorno difficile. Giulia, la figlia maggiore, ha avuto un ritardo. Terrorizzata, ne ha parlato alla madre e alla sorella. Poi si è rivelato un falso allarme, ma per Emma lo spavento è servito a qualcosa: si è resa conto di non avere mai affrontato seriamente con le figlie il tema della sessualità.

Decide allora di portarle fuori.

Comprano un gelato e si siedono su una panchina vicino al laghetto dell’EUR. Emma vuole evitare il classico discorso solenne fatto in casa, quello che mette tutti sulla difensiva prima ancora di cominciare. Vuole parlare alle figlie da donna, oltre che da madre.

La scena prosegue a lungo. Parlano di sesso, di libertà, di contraccezione, ma anche dei diversi giudizi che ancora oggi colpiscono ragazzi e ragazze. Emma cerca soprattutto di spiegare alle figlie che la libertà sessuale non consiste nel fare o non fare qualcosa: consiste nel poter scegliere senza sentirsi costrette.

Poi il discorso cambia.

Sara le domanda come si faccia a capire se un ragazzo la rispetta davvero.

Ed Emma risponde:

«Un ragazzo che ti rispetta non ti mette pressione, non ti fa sentire in colpa se dici di no, non ti tratta come un trofeo da esibire agli amici.»

Subito dopo il tono diventa più duro. Emma parla di aggressività, di parole violente, della necessità di allontanarsi immediatamente da chi mostra certi comportamenti.

Nel romanzo c’è una frase che, riletta oggi, mi sembra forse la più importante di tutta quella scena:

«Questa paura supera tutto, anche quella di una gravidanza.»

Ed è qui che il laghetto dell’EUR scompare.

Perché quella scena, in realtà, viene da molto più lontano.

Molti anni prima

Non ricordo quanti anni avessimo esattamente. Ricordo che mia madre, un giorno, portò me e le mie sorelle fuori casa.

Dove, non lo ricordo.

Ed è curioso, perché nella mia memoria è rimasta nitida la sensazione di quella giornata, mentre il luogo è scomparso. Non ricordo nemmeno le parole precise che usò mia madre.

Ricordo però perché ci parlò.

Poco tempo prima era accaduto un fatto drammatico a una ragazza della nostra scuola.

Improvvisamente qualcosa che probabilmente apparteneva al mondo delle paure astratte di un genitore era diventato reale. Era successo a una ragazza che apparteneva al nostro mondo. Avrebbe potuto riguardare una delle sue figlie.

Credo che sia stata quella paura a spingerla a fare qualcosa che, in quegli anni, non doveva essere affatto semplice.

Parlare con noi di sesso.

Oggi può sembrare normale. Allora lo era molto meno.

Non ricordo una lezione di educazione sessuale. E certamente mia madre non usò le parole di Emma: quelle le ho scritte io molti anni dopo. Ricordo piuttosto il senso del suo discorso.

Ci stava dicendo di stare attente.

Ma, ripensandoci oggi, quel semplice «stare attente» conteneva molte cose. Il sesso, certamente. Il rischio di una gravidanza. La necessità di non trovarsi in situazioni che non avremmo saputo gestire. Ma c’era qualcosa che andava oltre.

C’era la paura di una madre che aveva appena scoperto, attraverso ciò che era successo a un’altra ragazza, di non poter proteggere le proprie figlie da tutto.

Poteva però provare a prepararle.

E per farlo doveva entrare in un territorio che fino a quel momento probabilmente era rimasto fuori dalle normali conversazioni familiari.

Forse è per questo che ricordo ancora quel giorno.

Le parole scompaiono, il significato resta

La cosa che più mi colpisce, ripensandoci, è proprio questa.

Non ricordo quasi nulla di ciò che mia madre disse.

Potrei provare a ricostruirlo, ma finirei probabilmente per inventarlo.

Eppure ricordo perfettamente perché ce lo disse.

È rimasta la preoccupazione che stava dietro alle parole. È rimasto il fatto insolito di essere stati portati fuori casa appositamente per parlarne. È rimasta la percezione, forse avuta soltanto molti anni dopo, che per lei quel discorso fosse necessario.

Poi ho scritto Metro B.

Ho cambiato quasi tutto.

La madre è diventata Emma. Le figlie Giulia e Sara. Il fatto che provoca il discorso non è ciò che era accaduto alla ragazza della mia scuola, ma il ritardo di Giulia.

E ho inventato il laghetto.

Ho anche capovolto un elemento della storia. Emma racconta alle figlie:

«Mia madre — vostra nonna — non mi ha mai parlato di sesso. Era tabù.»

La mia, invece, lo fece.

Forse proprio per questo ho fatto sentire a Emma il bisogno di rompere quel silenzio. Perché io avevo conosciuto una madre che, a un certo punto, aveva deciso di romperlo davvero.

Non l’ho pensato mentre scrivevo. Non mi sono seduta davanti al computer dicendo: adesso trasformo quel ricordo in una scena.

È venuto fuori.

Quanto c’è di autobiografico in un romanzo?

Quando si parla di elementi autobiografici in un romanzo si pensa facilmente a una trasposizione: un personaggio somiglia all’autore, una storia d’amore è realmente accaduta, una casa è quella in cui ha vissuto.

Forse funziona molto più spesso in un altro modo.

La memoria non conserva necessariamente una scena pronta per essere copiata. Conserva frammenti. A volte conserva soltanto un’emozione.

Nel mio caso ha cancellato il luogo e le parole, ma ha conservato per decenni la ragione di quel discorso.

Quando mi è servita una situazione simile, la memoria mi ha restituito quello.

Il resto l’ha fatto il romanzo.

Ha costruito un laghetto, tre gelati, una panchina, due ragazze che inizialmente temono la «maternale» e una madre che cerca le parole giuste.

E soprattutto ha dato a quella madre una paura che conoscevo già, anche se apparteneva a qualcun altro.

Quella di mia madre.

Forse è inevitabile che un romanzo contenga qualcosa di autobiografico. Non perché chi scrive racconti necessariamente la propria vita, ma perché anche per inventare abbiamo bisogno di materiale.

Persone viste una volta. Conversazioni ascoltate. Luoghi. Paure. Imbarazzi. Una frase detta quarant’anni prima. O, come in questo caso, una frase che non ricordiamo affatto.

Del vero episodio non saprei più scrivere il dialogo.

Del dialogo inventato al laghetto, invece, conosco ogni parola.

Eppure, dei due, quello che continua a sembrarmi più vero è il primo.


Elena Langley è autrice di Metro B e Il Segnale.

Metro B racconta persone adulte davanti a sentimenti che non avevano previsto, quando ogni scelta porta con sé qualcuno da proteggere e qualcosa da perdere. Un incontro casuale sulla metropolitana di Roma finisce per mettere in discussione vite ed equilibri che sembravano ormai definiti.

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