Se un testo scritto con l’IA mi emoziona, chi mi ha emozionato?

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un post che poneva una domanda destinata, immagino, a provocare reazioni:

«Scrittori, siamo proprio sicuri di essere superiori all’IA?»

La mia prima risposta è stata semplice: no, non ne sono affatto sicuro.

Anche perché bisognerebbe prima stabilire che cosa significhi essere superiori. Scrivere più velocemente? Avere un vocabolario più ampio? Trovare in pochi secondi dieci modi diversi per descrivere una stanza, un tramonto o una donna che guarda la pioggia dietro una finestra?

Su questo terreno temo che la gara sia già finita. E non a nostro favore.

Ma il post poneva una questione più interessante. Essere umani, sosteneva, non significa automaticamente saper scrivere bene. Esistono capolavori scritti da esseri umani, ma anche montagne di pagine mediocri prodotte senza l’intervento di alcuna intelligenza artificiale.

Difficile dargli torto.

L’assenza dell’IA non ha mai garantito la buona letteratura. E la sua presenza non trasforma automaticamente un mediocre scrittore in Tolstoj. Su questo possiamo stare tranquilli: i cattivi libri continueranno a esistere, con o senza ChatGPT.

Poi arrivava la domanda centrale.

Se ho immaginato una storia, creato i personaggi, deciso ciò che devono vivere, scelto cosa conservare e cosa eliminare e infine utilizzato l’IA per migliorare la forma, di chi è quella storia?

La risposta sembra evidente: è mia.

Sono io ad averla immaginata. Io conosco i personaggi, so da dove vengono e dove voglio condurli. Io scelgo cosa accade, cosa non accade e cosa il lettore non dovrà sapere fino all’ultima pagina. L’IA può suggerirmi una frase, segnalarmi una ripetizione, mostrarmi che un dialogo non funziona o propormi un’alternativa. Ma sono io a decidere.

Fin qui, nessun problema.

Il problema comincia subito dopo.

Uno strumento come un altro?

Per sostenere questa tesi vengono spesso utilizzati alcuni paragoni.

Il fotografo non costruisce la macchina fotografica. Il regista non fabbrica la cinepresa. L’architetto non posa personalmente tutti i mattoni. Eppure nessuno mette in dubbio la loro funzione creativa.

Il ragionamento è rassicurante. Talmente rassicurante che mi rende sospettoso.

La macchina fotografica non suggerisce al fotografo quale soggetto scegliere. Non gli propone una diversa espressione sul volto della persona ritratta. Non aggiunge un albero, non elimina una casa e non decide che il tramonto sarebbe più emozionante se al posto del sole ci fosse la luna.

O almeno non lo faceva fino a poco tempo fa.

Una cinepresa registra ciò che il regista ha deciso di mostrarle. L’IA, invece, può propormi la scena, costruirla, riscriverla e perfino suggerirmi quale scena dovrebbe venire dopo.

Quanto all’architetto, è vero che non posa i mattoni. Ma li ha disegnati lui, quei muri. Se invece chiedesse a qualcun altro di progettare la casa, distribuire le stanze, scegliere i materiali e disegnare la facciata, continuerebbe a esserne l’architetto soltanto perché ha detto: «Vorrei una casa accogliente, luminosa e un po’ malinconica»?

Forse sì.

Ma qualche dubbio comincerebbe a venirmi.

L’intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento che esegue un gesto. Può intervenire nel momento stesso in cui nasce la scelta creativa. Può offrire possibilità alle quali non avevamo pensato, modificare la direzione di una storia, inventare una metafora, dare voce a un personaggio.

E allora il confine non passa tra chi utilizza l’IA e chi non la utilizza.

Passa tra decisione e delega.

Prima dell’IA c’erano i ghostwriter

A complicare ulteriormente le cose ci sono i ghostwriter.

Da molto prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale, autobiografie, romanzi e libri firmati da personaggi famosi vengono scritti, in parte o interamente, da qualcun altro.

Il nome in copertina fornisce i ricordi, racconta gli episodi, indica forse il tono generale e approva il risultato. Il ghostwriter trova le parole, costruisce le scene e spesso dà al libro una voce che il presunto autore non avrebbe saputo dargli.

Eppure abbiamo accettato questa strana divisione del lavoro: uno scrive e l’altro è l’autore.

Non sembra molto diverso da ciò che potrebbe accadere oggi con l’intelligenza artificiale.

Una persona fornisce l’idea, descrive i personaggi, indica gli avvenimenti e approva il testo. L’IA trasforma quelle indicazioni in scene, dialoghi e frasi. Poi la persona sceglie, modifica, scarta e firma.

Forse, allora, l’intelligenza artificiale non ha inventato il problema. Ha soltanto reso accessibile a tutti una specie di ghostwriter che non chiede di essere citato, lavora a qualsiasi ora e costa molto meno.

Con una differenza, però.

Dietro il ghostwriter c’è un altro essere umano. C’è qualcuno che ascolta una storia, la interpreta e sceglie consapevolmente come raccontarla. Ha un’esperienza, una sensibilità, forse persino un’opinione sul protagonista di cui sta scrivendo l’autobiografia.

Dietro l’IA non c’è qualcuno che abbia ascoltato la storia e deciso come narrarla. C’è un sistema che produce una risposta sulla base delle nostre richieste e delle innumerevoli parole sulle quali è stato addestrato.

La differenza esiste. Ma non basta a chiudere la questione.

Se accettiamo che un essere umano firmi parole scritte da un altro essere umano, perché la nostra idea di autore vacilla soltanto quando quelle parole vengono prodotte da una macchina?

Quanta parte della scrittura abbiamo delegato?

Dire «ho usato l’IA per scrivere questo testo» non significa quasi nulla.

Posso averle chiesto di controllare la punteggiatura. Posso averle fatto leggere un capitolo per individuare le ripetizioni. Posso aver discusso con lei per un’ora perché non riuscivo a capire se il comportamento di un personaggio fosse credibile.

Oppure posso averle scritto:

«Inventami un romanzo su una donna insoddisfatta che incontra casualmente un vedovo nella metropolitana di Roma. Inserisci un’amicizia femminile ambigua, alcuni figli irrequieti e un finale sorprendente.»

In entrambi i casi potrei dichiarare di aver scritto “con l’aiuto dell’intelligenza artificiale”.

Ma si tratta davvero della stessa cosa?

Nel primo caso l’IA mi aiuta a vedere meglio ciò che ho scritto. Nel secondo comincia a scrivere al posto mio.

Fra questi due estremi esistono decine di possibilità. Ed è proprio qui che la discussione diventa interessante. Non nella contrapposizione un po’ infantile tra l’essere umano e la macchina, ma nel tentativo di capire quanta parte del processo creativo siamo disposti a cedere.

Non credo che esista una percentuale oltre la quale si perda automaticamente la patente di scrittore. Anche perché, come abbiamo già scoperto, quella patente non esiste.

Credo però che dovremmo almeno porci la domanda.

Ma il testo mi ha emozionato

Il post arrivava infine alla provocazione più forte.

Potremmo scoprire che un testo scritto con l’aiuto dell’IA ci emoziona più di uno scritto interamente da un essere umano. E allora che cosa giudicheremmo: il testo o il nostro orgoglio?

La risposta più semplice è: il testo.

Se una pagina mi emoziona, mi emoziona. Non posso ordinare alla mia commozione di rientrare perché, dopo un controllo, ho scoperto che alcune frasi sono state generate da una macchina.

Un lettore può giudicare un romanzo senza sapere come sia stato scritto. Può trovarlo coinvolgente, noioso, divertente o insopportabile. Il testo è lì e deve reggersi da solo.

Ma questo risolve soltanto metà del problema.

Posso riconoscere che una frase è bella senza sapere chi l’ha composta. Posso commuovermi ascoltando una musica senza conoscere il musicista. Posso anche emozionarmi davanti a un’immagine che non ritrae nulla di realmente accaduto.

Quando però attribuisco quella frase, quella musica o quell’immagine a un autore, sto formulando un giudizio diverso. Non sto più valutando soltanto il risultato. Sto riconoscendo a qualcuno la responsabilità di averlo creato.

Ed è qui che nasce la domanda che il post, forse involontariamente, lascia aperta:

Se una frase generata dall’IA mi emoziona, chi mi ha emozionato?

Lo scrittore che ha formulato la richiesta? La macchina che ha prodotto la risposta? Lo scrittore che ha scelto quella risposta fra dieci alternative? Oppure una collaborazione difficile da separare nelle sue singole parti?

Non ho una risposta definitiva.

Diffido, anzi, di chi sostiene di averla.

L’autore non scompare, ma può arretrare

Utilizzare l’intelligenza artificiale non cancella automaticamente l’autore. Su questo sono d’accordo con il post.

L’autore può servirsene per discutere, controllare, mettere alla prova le proprie idee. Può rifiutare nove suggerimenti e accettarne uno. Può prendere una proposta banale, smontarla e trasformarla in qualcosa di personale.

Ma può anche arretrare.

Può limitarsi a scegliere fra alternative preparate da altri. Può approvare una trama che non avrebbe saputo immaginare, una scena che non avrebbe saputo costruire, una frase che non avrebbe saputo scrivere.

Forse rimane comunque autore. Ma non nello stesso modo e non nella stessa misura.

Il punto, quindi, non è stabilire se l’uomo sia superiore all’intelligenza artificiale. È una gara che interessa soprattutto a chi ha già deciso da che parte stare.

E non è neppure leggere senza pregiudizi. Sarebbe auspicabile farlo con tutti i libri, anche con quelli scritti senza IA: ne avrebbero bisogno.

Il punto è capire che cosa intendiamo quando diciamo:

«L’ho scritto io.»

Se l’idea è mia, i personaggi sono miei e le decisioni sono mie, ma le parole che commuovono il lettore sono state suggerite da una macchina, posso ancora considerarmi l’unico autore?

Forse sì.

Forse no.

Forse dovremmo smettere di cercare una risposta valida per tutti e cominciare a raccontare, con maggiore sincerità, come abbiamo lavorato.

Perché un testo può parlare da solo.

Ma quando parla l’autore, sarebbe utile sapere chi gli sta suggerendo le parole.

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