La patente di scrittore

Pirandello non c’entra. O forse sì.

Ho frequentato anch’io un corso di scrittura creativa.

Non ne sono uscito scrittore. In compenso, ho imparato parecchie parole per spiegare come avrei dovuto diventarlo.

Non ricordo che alla fine mi abbiano consegnato un attestato. Se lo hanno fatto, devo averlo perso. Comunque non credo che fosse valido come patente.

La patente mi fa venire in mente Pirandello.

Nella sua novella, Rosario Chiàrchiaro è considerato da tutti uno iettatore. La fama gli ha rovinato la vita: ha perso il lavoro, la gente compie gesti scaramantici quando lo incontra e persino i giudici, appena sentono pronunciare il suo nome, mettono la mano in tasca alla ricerca di qualche amuleto.

Chiàrchiaro ha tentato di ribellarsi, ma ha capito che è inutile. Se tutti hanno deciso che è uno iettatore, tanto vale trasformare quella condanna in una professione.

Per questo chiede al giudice D’Andrea un riconoscimento ufficiale, con tanto di bollo: la patente di iettatore. Potrà mostrarla, inserirla nei biglietti da visita e farsi pagare per stare lontano dalle botteghe, dalle fabbriche e dalle case da gioco.

La sua fama è ormai, come dice lui stesso, il suo unico capitale. Non gli resta che metterla a frutto.

Il meccanismo dei corsi di scrittura è certamente diverso. O almeno spero.

Eppure, osservando il numero crescente di scuole, laboratori, seminari e percorsi per diventare scrittori, a volte mi torna in mente Chiàrchiaro.

Con una differenza non trascurabile: lui voleva trasformare in mestiere una qualifica che gli altri gli avevano imposto. L’aspirante scrittore, invece, cerca qualcuno disposto a riconoscergli quella che desidera avere.

Chiàrchiaro pretendeva la patente dal tribunale. Noi abbiamo trovato sistemi più moderni: ci iscriviamo a un corso.

La cosa mi fa un po’ tenerezza.

Non voglio sostenere che tutti coloro che tengono corsi di scrittura siano venditori di illusioni. Molti avranno esperienza, competenza e intenzioni eccellenti. Del resto, devono pur guadagnare. E organizzare un corso è certamente più dignitoso che aggirarsi davanti alle case da gioco minacciando disgrazie.

Neppure penso che chi vi partecipa sia un ingenuo. Un buon corso può aiutare a riconoscere gli errori, offrire strumenti, imporre una disciplina e permettere di confrontarsi con altre persone che scrivono. Può persino costringerci a rileggere ciò che abbiamo scritto, esperienza dolorosa ma talvolta necessaria.

Ho però l’impressione che fra chi organizza il corso e chi lo frequenta possa stabilirsi un tacito accordo.

Il primo vende un metodo. Il secondo spera di ricevere una patente.

Oggi, del resto, non si scrive più semplicemente un romanzo. Prima bisogna progettarlo.

Occorre definire l’arco di trasformazione del protagonista, individuare l’incidente scatenante, distribuire i conflitti, predisporre i punti di svolta e assicurarsi che tutte le linee narrative si chiudano al momento opportuno. Possibilmente senza lasciare fili penzolanti, perché qualcuno potrebbe inciampare.

Lo scrittore sembra essere diventato una specie di architetto della parola.

Prima di cominciare dovrebbe avere davanti a sé il progetto completo dell’edificio: fondamenta, scale, porte, finestre e uscite di sicurezza. Se al capitolo dodici compare una pistola, bisognerà sapere chi la userà, contro chi e possibilmente a quale pagina. Se un personaggio entra in una stanza, deve avere una ragione narrativa per farlo. Affacciarsi alla finestra per guardare la pioggia non è più consentito senza un’apposita autorizzazione.

Eppure un romanzo non è un palazzo.

Se una trave è stata calcolata male, il palazzo può crollare. Se il primo punto di svolta arriva a pagina 87 anziché a pagina 63, difficilmente intervengono i vigili del fuoco.

Da qualche giorno penso anche al calcio. Pirandello, il calcio, i corsi di scrittura: apparentemente sto mettendo insieme cose che non hanno alcun rapporto. Ma forse un rapporto esiste.

Nelle scuole calcio si insegna ai ragazzi a stare in campo. Devono occupare gli spazi, mantenere la posizione, accorciare, allargarsi, salire, rientrare. Imparano gli schemi e i movimenti senza palla. Tutte cose utili, naturalmente.

Il problema nasce quando, a forza di insegnare a un ragazzo dove deve stare, ci si dimentica di vedere che cosa sa fare quando il pallone arriva davvero.

Se tenta di saltare un avversario e perde palla, viene rimproverato. Se prova una giocata non prevista, mette in difficoltà la squadra. Se trattiene il pallone qualche secondo in più per inventare qualcosa, l’allenatore gli ricorda che avrebbe dovuto passarlo.

A poco a poco impara la lezione più importante: non sbagliare.

Così cresce un giocatore disciplinato, preparato tatticamente e perfettamente inserito nel sistema. Sa sempre dove dovrebbe trovarsi. Resta soltanto da capire che cosa farà quando si troverà davanti una situazione che il sistema non aveva previsto.

Nella scrittura accade qualcosa di simile.

Prima ancora di capire se una persona abbia qualcosa da raccontare, le insegniamo dove deve collocarlo. Le spieghiamo quando deve comparire il conflitto, quanto può durare una descrizione, quando il protagonista deve cadere e in quale momento è autorizzato a rialzarsi.

Il personaggio dovrà avere un obiettivo. Poi incontrare un ostacolo. Quindi prendere una decisione. Infine cambiare. Se non cambia, bisognerà almeno spiegare perché si è ostinato a rimanere com’era.

Naturalmente ci sono il viaggio dell’eroe, la struttura in tre atti, il climax, il falso finale, la focalizzazione e la tensione narrativa. Un vocabolario ricco e rispettabile che può essere utile per comprendere come funzionano le storie.

Ma conoscere i nomi dei pezzi del motore non significa necessariamente saper guidare.

Forse abbiamo confuso ciò che può essere spiegato con ciò che serve davvero.

Si può spiegare una struttura narrativa. Si può insegnare a riconoscere una ripetizione, una frase contorta, un dialogo artificiale o un’incongruenza. Si può mostrare perché una scena non funziona e suggerire come renderla più chiara.

È molto più difficile insegnare a osservare le persone. A sentire il ritmo di una frase. A capire quale particolare renda vero un luogo. A riconoscere, fra cento episodi, quello che merita di diventare una storia.

Non so nemmeno se queste cose possano essere insegnate. Forse possono soltanto essere coltivate: leggendo, vivendo, ascoltando e scrivendo. Soprattutto scrivendo.

In fondo, il compito dell’autore dovrebbe essere molto più semplice: raccontare una storia in modo che gli altri possano comprenderla, seguirla e magari emozionarsi. La prosa dovrebbe scorrere, i personaggi risultare credibili e il racconto conservare una propria coerenza.

Detto così sembra poco.

In realtà è quasi tutto.

Poi il romanzo potrà piacere oppure no. Non esiste una struttura capace di obbligare qualcuno ad amare una storia. Si può costruire un intreccio impeccabile e scrivere un libro che non suscita nulla. Tutti i passaggi sono al loro posto, i personaggi compiono regolarmente il proprio arco e ogni elemento introdotto assolve con puntualità alla funzione assegnata. Eppure il lettore chiude il libro e lo dimentica.

Un altro romanzo può procedere in modo irregolare, concedersi qualche deviazione e arrivare al punto di svolta con colpevole ritardo. Ma contiene una voce, un personaggio o una frase che continuano ad accompagnarci anche dopo l’ultima pagina.

Quale dei due è scritto meglio?

Non lo so. Ed è proprio questo il punto.

Gli schemi possono aiutare. Una scaletta può impedire all’autore di perdersi. Un’analisi può rivelare un passaggio debole. Un editor può accorgersi che un personaggio uscito di casa in gennaio è arrivato al capitolo successivo in piena estate senza che nessuno abbia voltato pagina sul calendario.

Ma gli strumenti dovrebbero rimanere al servizio della storia. Non la storia al servizio degli strumenti.

Un ragazzo deve imparare a giocare dentro una squadra, certo. Ma prima deve prendere confidenza con il pallone, tentare un dribbling, alzare la testa e vedere un passaggio che gli altri non hanno visto. Se gli insegniamo soltanto a rispettare lo schema, forse non sbaglierà. Ma difficilmente inventerà qualcosa.

Vale anche per chi scrive.

Il lettore non entra in un romanzo con il casco da cantiere e la planimetria in mano. Non misura la distanza fra l’incidente scatenante e il primo punto di svolta. Non assegna un voto all’arco del protagonista.

Vuole capire dove si trova, seguire qualcuno e provare qualcosa.

Se accade, il romanzo regge, anche se l’autore non aveva disegnato il progetto.

Chiàrchiaro aveva bisogno di una patente perché tutti credevano già che fosse uno iettatore. Lo scrittore si trova nella condizione opposta: nessuna patente potrà convincere gli altri che lo sia.

Può farlo soltanto una storia.

E il bollo, alla fine, ce lo mette il lettore ogni volta che decide di voltare pagina.

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