Don Abbondio non aveva bisogno di deglutire

Manzoni, lo show, don’t tell e l’ansia contemporanea di dover mostrare tutto

Immaginiamo per un momento che Alessandro Manzoni abbia appena terminato il primo capitolo dei Promessi sposi.

Soddisfatto, salva il file — concediamoci anche questa piccola licenza — e lo manda al suo editor.

Qualche giorno dopo il manoscritto ritorna.

Ci sono diversi commenti a margine.

«Don Abbondio non era nato con un cuor di leone.»

Qui stai dicendo al lettore che il personaggio è pauroso. Prova a mostrarlo attraverso una reazione fisica.

Manzoni sospira.

No. Un momento.

Manzoni non può sospirare, perché sarebbe troppo facile.

Deglutisce.

Peggio ancora.

Abbassa lo sguardo, si passa una mano sulla nuca e inspira lentamente.

Perfetto.

Adesso sì che possiamo cominciare.

Una regola che conosciamo tutti

Chiunque abbia frequentato anche solo per qualche tempo il mondo della scrittura creativa si è imbattuto prima o poi in una delle sue formule più celebri:

Show, don’t tell. Mostra, non raccontare.

Il principio è sensato.

Anzi, è un ottimo principio.

Invece di scrivere che un personaggio è nervoso, possiamo lasciare che il lettore lo capisca da ciò che fa. Se una stanza mette a disagio, due dettagli scelti bene possono essere più efficaci di una spiegazione. E qualche volta un’emozione arriva molto più forte se non la nominiamo affatto.

Fin qui, niente da obiettare.

La formula viene spesso fatta risalire ad Anton Čechov, al quale è attribuita una frase diventata celebre: «Non dirmi che splende la luna; mostrami il riflesso della luce su un vetro rotto».

Peccato che Čechov, con ogni probabilità, non l’abbia mai scritta in quella forma. In una lettera del 1886 al fratello Aleksandr diede un consiglio molto più circoscritto: nelle descrizioni della natura suggeriva di scegliere piccoli dettagli capaci di far apparire l’immagine davanti agli occhi del lettore. Tra gli esempi, proprio un frammento di bottiglia che brilla alla luce della luna.

Nel tempo quel suggerimento sull’efficacia del dettaglio è diventato qualcosa di molto più grande. A volte quasi una legge universale della narrativa.

Curiosamente, una delle prime formulazioni esplicite del principio appartiene al mondo del teatro: negli anni Venti il drammaturgo americano Mark Swan insisteva sul motto «Show—not tell».

Sul palcoscenico la necessità di mostrare è piuttosto evidente.

Nel romanzo le cose sono un po’ più complicate.

Ed è qui che cominciano i problemi.

Poi arriva Manzoni

Torniamo al nostro povero don Abbondio.

Manzoni ha appena messo il curato davanti ai bravi. Lo ha fatto camminare, fermare, osservare. Ha costruito una scena. Don Abbondio, dopo l’incontro, torna verso casa «mettendo innanzi a stento una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate».

Insomma: Manzoni mostra.

Poi, poche righe dopo, decide che ne ha abbastanza e scrive:

«Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.»

Manzoni, no.

Ce n’eravamo già accorti.

Non c’era bisogno di dircelo.

Fidati del lettore.

Taglia.

E invece quella frase è rimasta lì.

Da quasi due secoli.

E non sembra aver compromesso troppo seriamente la fortuna del romanzo.

La cosa interessante, semmai, è quell’inciso: «il lettore se n’è già avveduto».

Manzoni sa perfettamente di avercelo già mostrato.

Prima mette don Abbondio davanti ai bravi e lascia che lo osserviamo. Poi entra nella storia, si siede accanto al lettore e, in sostanza, gli dice: abbiamo capito il tipo, vero?

Non sembra preoccuparsi molto di scegliere tra show e tell.

Gli servono entrambi.

I Promessi sposi in cinquanta pagine

Proviamo allora a sottoporre I promessi sposi a una revisione contemporanea particolarmente zelante.

Via le spiegazioni.

Via le digressioni.

Attenzione agli interventi del narratore.

Il contesto storico? Magari un po’ meno.

La psicologia dei personaggi? Possiamo mostrarla.

E lasciamo più spazio al lettore.

A questo punto viene spontanea una domanda: quanto sarebbero lunghi oggi I promessi sposi?

Cinquanta pagine?

Probabilmente no.

Anzi, c’è un piccolo inconveniente. Se Manzoni fosse stato costretto a trasformare in scene tutto ciò che decide di raccontare, riassumere o spiegare, il romanzo avrebbe potuto diventare persino più lungo.

Perché raccontare non è necessariamente una scorciatoia dovuta alla pigrizia dello scrittore. È anche uno dei modi con cui decidiamo quanto spazio dare alle cose.

In una frase possiamo attraversare dieci anni. Per raccontare dieci minuti, invece, possiamo impiegare dieci pagine.

Dipende.

Se decidiamo che tutto merita una scena, rischiamo soprattutto di non distinguere più ciò che conta davvero da ciò che serve soltanto a portarci da qualche altra parte.

Il problema non è mostrare. È avere paura di raccontare

Lo show, don’t tell comincia a creare qualche problema quando, invece di essere uno strumento, diventa un controllo automatico.

Scriviamo:

Maria era a disagio.

Ci fermiamo.

Troppo tell.

Cancelliamo.

Maria abbassò lo sguardo.

Meglio.

Magari aggiungiamo che intreccia le dita.

Adesso possiamo stare tranquilli: abbiamo mostrato.

Qualche pagina dopo qualcuno sospira. Un altro deglutisce. Più avanti qualcuno stringe le labbra e, naturalmente, prima o poi arriverà quello che inspira profondamente prima di rispondere.

Alla fine del romanzo abbiamo sconfitto il tell e creato una popolazione affetta da una curiosa sindrome: nessuno dice mai come si sente, ma tutti sembrano avere enormi difficoltà a respirare normalmente.

Il paradosso è evidente. Nel tentativo di evitare un automatismo ne abbiamo costruito un altro.

Il personaggio preoccupato deglutisce. Quello imbarazzato abbassa gli occhi. Se è irritato, probabilmente serrerà la mascella.

Dopo un po’ non stiamo più mostrando molto.

Abbiamo semplicemente cambiato vocabolario.

Don Abbondio, invece, può avere paura

Manzoni non sembra particolarmente angosciato dal problema.

Ci mostra don Abbondio terrorizzato dai bravi e poco dopo ci spiega perché quell’uomo è così. Racconta il suo carattere, il mondo nel quale è cresciuto, il sistema sociale che gli ha insegnato a scansare i conflitti e a cercare protezione.

Nel frattempo l’azione si è fermata.

Oggi potremmo scrivere a margine:

Attenzione: lunga digressione. Rallenta il ritmo.

Vero.

Ma forse Manzoni voleva proprio rallentarlo.

È qui che la domanda cambia. Non tanto: questo è show o tell?

Piuttosto: perché lo scrittore ha deciso di raccontarlo in questo modo?

È una domanda più scomoda, perché non permette di mettere una spunta accanto a una regola.

Bisogna leggere quello che c’è intorno.

Le regole sono magnifiche. Finché non diventano leggi

Naturalmente tutto questo non significa che lo show, don’t tell sia un cattivo consiglio.

Sarebbe piuttosto buffo liberarci da una regola inventandone immediatamente un’altra:

Tell, don’t show.

Poveri scrittori.

Lasciamoli almeno respirare.

Una tecnica narrativa serve a capire che effetto produce una scelta, non a scegliere automaticamente al posto nostro.

A volte è meglio non nominare un’emozione. Una scena importante probabilmente merita di essere vissuta insieme al personaggio. E ci sono dettagli che fanno molto più lavoro di una spiegazione.

Altre volte basta una frase.

Persino una frase che ci dice, senza tanti complimenti, che un uomo non è nato con un cuor di leone.

Forse dovremmo fidarci un po’ di più degli scrittori

Negli ultimi anni abbiamo costruito strumenti sempre più raffinati per analizzare la scrittura.

Possiamo individuare ripetizioni, avverbi, verbi deboli, dialoghi troppo lunghi, parole ricorrenti, incisi, ridondanze, gesti ripetuti.

È utile sapere che un personaggio ha sospirato diciassette volte.

Prima di cancellare il diciottesimo sospiro, però, forse conviene leggere la scena.

Lo stesso vale per il tell. Possiamo individuarlo. Possiamo domandarci se in quel punto una scena funzionerebbe meglio. Ma da lì a stabilire che raccontare sia un errore c’è ancora una decisione da prendere.

Ed è una decisione che dipende dal contesto, dalla lettura e, alla fine, dallo scrittore.

È questo che rischiamo di dimenticare quando un buon consiglio diventa un comandamento.

Manzoni, almeno su questo, sembrava abbastanza tranquillo.

Scriveva una scena quando gli serviva una scena. Raccontava quando voleva raccontare. Ogni tanto si fermava persino a commentare.

E quando aveva bisogno di farci sapere che don Abbondio era un codardo, non gli faceva stringere le mani, serrare la mascella, abbassare lo sguardo e inspirare lentamente.

Scriveva:

«Non era nato con un cuor di leone.»

E andava avanti.

Beato lui.

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