Quella mattina, in farmacia, una ragazza chiese aiuto

di Elena Langley

Una mattina ero in farmacia quando una ragazza chiese aiuto.

Non ricordo le parole esatte che usò. Ricordo invece molto bene quello che successe dopo.

Fu chiamata la polizia e, quando arrivò, fuori dalla farmacia c’era un uomo che la stava controllando. La scena durò relativamente poco. Gli agenti intervennero, parlarono con lui, lo fermarono.

Io ero lì.

Fino a quel momento avevo letto molte volte storie di violenza contro le donne. Le leggiamo tutti. Un titolo sul giornale, un servizio al telegiornale, qualche minuto di indignazione. A volte una storia ci colpisce più delle altre e continuiamo a pensarci per qualche ora.

Poi la giornata riprende.

Quella mattina fu diverso.

Forse perché non c’era lo schermo di un televisore in mezzo. Non c’era un giornalista che raccontava qualcosa accaduto altrove. C’erano una ragazza vera, a pochi metri da me, e un uomo vero che la aspettava fuori.

Mi rimase soprattutto una sensazione piuttosto sgradevole: quanto può essere normale, dall’esterno, una situazione che normale non è affatto?

Quando la realtà entra in una storia

Il Segnale non è nato quella mattina.

La storia che stavo costruendo era un’altra: Sara, una ginecologa; Tony, un attore; un incontro casuale su un Frecciarossa; due persone che si avvicinano e si allontanano, ciascuna con le proprie paure e con una certa difficoltà a capire che cosa desidera davvero.

Ma quell’episodio continuava a tornarmi in mente.

A un certo punto ho capito che poteva entrare nel romanzo.

Non volevo però raccontare la ragazza che avevo visto. Non conoscevo la sua storia e, soprattutto, quella storia apparteneva a lei.

Quello che potevo utilizzare era ciò che quell’esperienza aveva lasciato a me.

La consapevolezza che certe cose possono succedere molto vicino a noi senza che ce ne accorgiamo. E che chiedere aiuto, quando qualcuno ti controlla, può essere molto più difficile di quanto immagini chi osserva la situazione dall’esterno.

È così che nel romanzo è entrato il gesto silenzioso di richiesta d’aiuto.

Un gesto semplice, fatto con una mano, che può essere mostrato senza pronunciare una parola.

Quando ho cominciato a documentarmi ho scoperto quanto fosse importante che quel segnale fosse conosciuto. E mi sono posta una domanda forse ingenua: quante persone saprebbero riconoscerlo?

Io, prima, non sono certa che ci sarei riuscita.

La parte difficile viene dopo

Inserire un tema come la violenza contro le donne in un romanzo comportava però un rischio che sentivo molto.

Non volevo che diventasse un espediente narrativo.

Una donna maltrattata non poteva servirmi semplicemente per creare tensione, commuovere il lettore o rendere più drammatica la storia di Sara e Tony.

D’altra parte non volevo neppure trasformare il romanzo in qualcosa che non era.

Il Segnale rimane la storia di due persone, della loro relazione incerta, delle scelte fatte e rimandate, delle seconde possibilità. Il tema della violenza entra progressivamente nelle loro vite e finisce per dare loro qualcosa da fare insieme, oltre che qualcosa su cui riflettere.

Da qui è nata l’idea del teatro.

Tony sa stare su un palcoscenico. Sara vive quotidianamente a contatto con le donne attraverso il proprio lavoro. Mi sembrava naturale chiedermi che cosa avrebbero potuto fare mettendo insieme quei due mondi.

La risposta è diventata una parte del romanzo: raccontare storie vere e far conoscere quel gesto.

Ma allora quanto c’è di vero in un romanzo?

È una domanda che mi affascina perché non so dare una percentuale.

La farmacia è vera.

La ragazza è vera.

Quello che le è successo prima di entrare in quella farmacia non lo conosco.

Sara non è quella ragazza. Tony non era lì. Il teatro non è nato da quella scena.

Eppure, senza quella mattina, alcune pagine de Il Segnale probabilmente non esisterebbero.

Forse è questo uno degli aspetti della scrittura che trovo più difficili da spiegare.

Inventare una storia non significa necessariamente sedersi davanti a una pagina bianca e creare qualcosa che prima non esisteva. Almeno per me non funziona così.

Ci portiamo dietro immagini, persone incontrate per pochi minuti, conversazioni ascoltate per caso, luoghi, paure, domande. Molte scompaiono. Altre rimangono da qualche parte senza che sappiamo perché.

Poi, mentre stiamo scrivendo tutt’altra cosa, una di loro ritorna.

E chiede di entrare nella storia.


Elena Langley è autrice di Metro B e Il Segnale.

In Il Segnale il tema della violenza contro le donne si intreccia alla storia di Sara e Tony e al tentativo di diffondere la conoscenza del gesto silenzioso di richiesta d’aiuto.

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