
Dopo l’articolo su Don Abbondio ho letto i commenti e ho scoperto una cosa: Manzoni interessa ancora.
Qualcuno lo difende, qualcuno ricorda con affetto I promessi sposi, qualcuno probabilmente non ha ancora perdonato al proprio professore di italiano di averglieli fatti leggere a sedici anni.
Mi è sembrata un’ottima ragione per tornare sull’argomento.
E, possibilmente, provocare qualche altro commento.
Quindi provo a peggiorare la mia posizione:
Manzoni ha scritto una storia banale?
Prima che qualcuno risponda indignato, dimentichiamo per un momento Manzoni e immaginiamo che un aspirante autore ci mandi oggi il soggetto del suo romanzo.
Due giovani vogliono sposarsi.
Un uomo potente mette gli occhi su di lei e impedisce il matrimonio.
I due vengono separati. Affrontano pericoli, incontrano persone buone e cattive, succedono parecchie cose. Alla fine il cattivo muore, gli ostacoli scompaiono e i due possono sposarsi.
Tutto qui.
Naturalmente non è affatto tutto qui. Ma la storia, spogliata di Manzoni, più o meno è questa.
E quanto a originalità, insomma.
Del resto neppure quella di due ragazzi che si innamorano nonostante le rispettive famiglie sembra particolarmente rivoluzionaria.
Shakespeare se l’è cavata abbastanza bene.
Un uomo che cerca di tornare a casa dalla moglie?
Omero.
Una ragazza maltrattata che cambia vita grazie a un incontro e a una scarpetta?
Lasciamo stare.
Comincia a sorgere un dubbio poco rassicurante per chiunque stia cercando l’idea per un romanzo:
e se le storie fossero già state raccontate tutte?
Non è un’idea nuova neppure questa, il che rende la faccenda ancora più preoccupante.
Da secoli proviamo a stabilire quante siano davvero le storie fondamentali. Le classificazioni cambiano, i numeri pure, ma il sospetto rimane.
Qualcuno incontra qualcuno.
Qualcuno perde qualcosa e cerca di ritrovarla.
Qualcuno vuole tornare a casa.
Qualcuno desidera qualcosa e qualcun altro glielo impedisce.
Qualcuno parte e, quando torna, non è più la stessa persona.
Poi cambiamo la Lombardia del Seicento con New York, la peste con un’invasione aliena, Don Rodrigo con un amministratore delegato.
E ricominciamo.
Manzoni, in compenso, su come raccontare la sua storia si fece parecchi problemi.
Talmente tanti che la scrisse e la riscrisse.
Prima il Fermo e Lucia. Poi I promessi sposi del 1827. Poi ancora anni di lavoro, soprattutto sulla lingua, fino all’edizione definitiva del 1840-42.
È qui che entra in scena la famosa «risciacquatura dei panni in Arno».
Nei commenti al precedente articolo qualcuno ha scritto che I promessi sposi erano stati scritti in dialetto toscano. In realtà la faccenda è quasi opposta, e forse ancora più interessante.
Manzoni aveva davanti un problema che oggi facciamo fatica persino a immaginare: voleva scrivere un romanzo destinato agli italiani, ma gli italiani non disponevano ancora di una lingua d’uso realmente comune. Scelse come riferimento il fiorentino vivo e colto e lavorò a lungo sul testo per avvicinarlo a quella lingua.
Insomma, la storia forse non era nuova.
Ma Manzoni si preoccupò moltissimo di come farla arrivare al lettore.
Ed è difficile non vedere una certa ironia nella cosa: quasi due secoli dopo discutiamo ancora di quella storia, della lingua con cui è stata raccontata e persino di quanto Don Abbondio deglutisse.
Forse allora quando cerchiamo una storia originale stiamo cercando qualcosa che non esiste. O almeno non esiste nel modo in cui immaginiamo.
Perché Renzo e Lucia non sono diventati Renzo e Lucia grazie alla straordinaria novità di due innamorati ai quali qualcuno impedisce di sposarsi.
Sono diventati I promessi sposi per tutto quello che Manzoni ha costruito intorno a quella vicenda: i personaggi, la Storia con la maiuscola, l’ironia, la voce del narratore, la lingua, il modo di guardare gli uomini.
Ma anche questa risposta è troppo comoda.
Perché ogni tanto incontriamo davvero un romanzo che ci fa pensare:
questa storia non l’avevo mai sentita.
Poi proviamo a spogliarla dell’ambientazione, dell’epoca, dei personaggi, dei dettagli.
E molto sotto, magari, troviamo ancora qualcuno che vuole qualcosa e qualcun altro che glielo impedisce.
Allora forse la domanda da fare a chi sta iniziando un romanzo non è:
«La mia storia è originale?»
Forse è:
«Che cosa posso raccontare di questa storia che nessun altro racconterebbe nello stesso modo?»
Oppure no.
Magari Manzoni aveva semplicemente una storia banale.
Vediamo se questa volta riesco a far arrabbiare anche quelli che mi avevano dato ragione su Don Abbondio.