
Chi giudica davvero un libro?
Qual è, in fondo, la cosa che interessa davvero al lettore?
La storia.
Può sembrare una risposta banale, ma forse ce ne dimentichiamo troppo spesso. Prima dello stile, delle regole, delle strutture narrative e delle analisi, c’è qualcuno che apre un libro e vuole sapere che cosa accadrà.
Naturalmente non tutti cercano la stessa storia. Un animo romantico desidererà probabilmente un amore contrastato e, possibilmente, un lieto fine. Chi ama il mistero vorrà indizi, sospetti e una soluzione che non sia troppo facile da prevedere. Altri cercheranno inquietudine, avventura, riflessione o semplicemente qualche ora da trascorrere lontano dalla propria vita.
La storia deve incontrare, almeno in parte, l’attitudine e le aspettative di chi legge. Poi possono arrivare le sorprese, i segreti, i rovesciamenti e i colpi di scena. Ma tutto nasce nella testa dell’autore: personaggi che prima non esistevano, vite mai vissute, luoghi reali trasformati dall’immaginazione.
Poi viene il modo di raccontare.
Ed è proprio qui che la faccenda si complica. Perché una storia può essere bellissima e raccontata male. Oppure semplicissima e raccontata così bene da diventare indimenticabile. Non è sufficiente riassumere la trama per stabilire il valore di un romanzo: bisogna osservare come è costruito, quale voce usa, quanto sono credibili i personaggi, se il ritmo sostiene la lettura e se ciò che viene promesso al lettore viene davvero mantenuto.
E allora arrivano le recensioni.
Chi è questo che recensisce?
Davanti a una recensione molto sicura di sé, il lettore di media intelligenza potrebbe porsi una domanda piuttosto semplice:
Ma chi è questa persona?
Quale formazione possiede? Ha studiato letteratura? Ha lavorato nell’editoria? È un critico, un giornalista culturale, un libraio, un editor? Oppure è soltanto — e non c’è nulla di male — una persona che legge libri e racconta le proprie impressioni?
Tutti hanno il diritto di parlare di un romanzo. Ci mancherebbe altro. Per esprimere un’opinione non serve una patente. Ma un conto è dire: questa storia mi ha emozionato. Un altro è affermare: questo è un grande romanzo.
Nel primo caso si racconta un’esperienza personale. Nel secondo si formula un giudizio che vorrebbe apparire competente e, in qualche modo, autorevole.
Il numero dei follower non è un titolo di studio. La quantità di libri mostrati in fotografia non costituisce una competenza professionale. Una libreria ben ordinata alle spalle, una copertina appoggiata accanto a una tazza di caffè e una grafica elegante possono rendere piacevole un post, ma non trasformano automaticamente un lettore in un critico letterario.
E dove è pubblicata?
C’è poi un’altra domanda che raramente ci poniamo:
Dove è ospitata la recensione?
È stata pubblicata nella pagina culturale di un quotidiano nazionale, su una rivista letteraria, nel blog personale di un lettore oppure su una pagina Facebook con migliaia di follower?
Non è la stessa cosa.
Non perché una recensione pubblicata, per esempio, sul Corriere della Sera debba essere necessariamente condivisibile e quella comparsa sui social sia per forza priva di valore. Anche una pagina Facebook può essere curata da una persona competente, appassionata e indipendente. E anche un critico affermato può scrivere qualcosa che non ci convince.
Ma il luogo nel quale compare una recensione ci dice qualcosa sul percorso che l’ha portata davanti ai nostri occhi.
Dietro una testata giornalistica o una rivista culturale esistono, almeno in teoria, una selezione, una direzione editoriale, una reputazione da difendere e una responsabilità nei confronti dei lettori. Qualcuno ha scelto il recensore, gli ha affidato quello spazio e, pubblicandone il giudizio, ha deciso di accreditarlo.
Su una pagina Facebook, invece, chi l’ha creata può attribuirsi autonomamente il ruolo di recensore. Decide quali libri leggere, che cosa scriverne e quali rapporti avere con gli autori. Può svolgere questa attività con grande serietà, ma non esiste necessariamente qualcuno che ne abbia verificato la competenza o che risponda della qualità dei contenuti pubblicati.
E le migliaia di follower?
Indicano che quella pagina è seguita. Non spiegano perché dovremmo considerarla autorevole.
La popolarità misura la capacità di attirare un pubblico. La competenza e l’indipendenza sono un’altra cosa.
Una recensione racconta anche chi la scrive
La recensione spontanea di un lettore ha comunque un valore. Ci dice che cosa quel libro ha provocato in una determinata persona.
Il problema nasce quando dimentichiamo che il giudizio dipende anche dalle aspettative, dal carattere e dai gusti di chi legge. Chi vuole una storia d’amore con un lieto fine potrebbe detestare un romanzo sentimentale che termina con una separazione. Chi cerca azione potrebbe trovare insopportabile un libro fondato sull’introspezione. Chi ama una prosa essenziale potrebbe giudicare stucchevole uno stile ricco e ricercato.
Non significa che quei pareri siano falsi. Significa che non sono universali.
Una recensione racconta il libro, ma racconta anche il recensore. Talvolta racconta soprattutto il recensore.
Il critico preparato dovrebbe riuscire a compiere un’operazione diversa: distinguere il proprio gusto personale dal funzionamento dell’opera. Può non amare quel genere, quel linguaggio o quel finale, ma dovrebbe comprendere che cosa l’autore voleva fare e valutare se sia riuscito a farlo.
Non è una differenza da poco.
E se la recensione la paga l’autore?
Nell’ecosistema dei social si moltiplicano le persone che offrono recensioni a pagamento. Alcune parlano di “collaborazioni”, altre di “servizi di lettura”, altre ancora presentano veri e propri listini. A seconda del prezzo possono comparire post, fotografie, video, interviste e rilanci su più piattaforme.
Anche qui la domanda è semplice:
Chi è il cliente?
Se paga l’autore, quanto può essere libero il giudizio del recensore?
Immaginiamo che, dopo aver ricevuto il compenso e letto il libro, il recensore scriva che la trama non regge, i personaggi sono inconsistenti e la lettura è stata faticosa. Sarebbe certamente una prova d’indipendenza. Ma quanti autori tornerebbero ad acquistare il servizio? E quanti altri, leggendo quella stroncatura, deciderebbero di commissionarne una per il proprio libro?
Il meccanismo economico tende inevitabilmente a produrre giudizi positivi. Magari non sempre entusiastici, ma abbastanza favorevoli da soddisfare chi ha pagato e abbastanza generici da non impegnare troppo chi li ha scritti.
Il punto non è il compenso in sé. Anche un critico professionista viene pagato per il proprio lavoro. La differenza sta in chi lo paga e nella libertà che gli viene riconosciuta. Un giornale paga un critico perché esprima un giudizio destinato ai lettori. Nel caso della recensione acquistata, è l’autore del libro a pagare chi dovrà giudicarlo.
Il cortocircuito è evidente.
Recensione o promozione?
Forse basterebbe chiamare le cose con il loro nome.
Se un autore paga perché il proprio libro venga letto, fotografato, presentato e fatto conoscere a un pubblico, sta acquistando un servizio promozionale. È perfettamente legittimo. Gli autori acquistano pubblicità, organizzano presentazioni, inviano copie omaggio e cercano visibilità. Non c’è nulla di scandaloso.
Ma la promozione non è critica. E un contenuto commissionato non dovrebbe essere presentato come un giudizio del tutto spontaneo e indipendente.
La trasparenza risolverebbe almeno una parte del problema. Il lettore dovrebbe sapere se il libro è stato acquistato liberamente, ricevuto in omaggio oppure recensito nell’ambito di un rapporto economico. Poi potrà decidere quale valore attribuire a quelle parole.
Rimane però un dubbio più profondo: queste recensioni servono davvero al lettore per scegliere un libro?
O servono soprattutto all’autore per poter dire che qualcuno ne ha parlato?
Forse, in molti casi, il prodotto venduto non è la recensione. Non è neppure il giudizio. È la visibilità: una fotografia, alcune frasi favorevoli, un certo numero di visualizzazioni e un contenuto da rilanciare sui propri canali.
Va bene anche questo. Purché non si confonda la pubblicità con l’autorevolezza.
La domanda che resta
Non occorre impedire a nessuno di parlare di libri. Sarebbe assurdo, oltre che impossibile. Le storie vivono proprio perché vengono lette, amate, detestate, discusse e consigliate.
Ma chi legge una recensione conserva il diritto di domandarsi:
Chi sta parlando? Con quale competenza? Dove è stato pubblicato il suo giudizio? Con quale indipendenza? E chi lo ha pagato?
Una risposta personale può essere interessante. Un’analisi competente può essere preziosa. Un contenuto promozionale può essere utile.
Sono tre cose diverse.
E forse il problema comincia quando facciamo finta che siano la stessa cosa.